domenica 13 ottobre 2024

IL GIORNO DEL GIUDIZIO -Salvatore Satta.


Le saghe famigliari sono da sempre al centro della grande letteratura internazionale e credo sia il segno più evidente del legame profondo fra vita e narrazione. Ogni famiglia ha una sua storia, una sua epica, e non è certo il fatto di non essere resa nota a svilirla. Le persone di ogni tempo sono fondamentalmente "narrativa in essere" e qui risiede la capacità perennemente suggestiva e ammaliante dei libri. 
Lo afferma proprio quest'autore nel libro in esame:

"Ognuno di noi, anche se si limita a guardare in se stesso, si vede nella fissità di un ritratto, non nella successione dell'esistenza. La successione è una trasformazione continua, ed è impossibile cogliere e fermare gli attimi di questa trasformazione. Sotto questo profilo, si può dubitare del nostro stesso esistere, o la nostra realtà è solo nella morte. La storia è un museo delle cere."

Credo sia proprio per sfuggire a questa fissità mortale che  noi amiamo tanto raccontare e sentire raccontare. Abbiamo bisogno di permanenza nella vita e la vita non è mai statica.
In questo caso Salvatore Satta ha la volontà di rendere epica la storia di Nuoro, sua città natale, e dei tanti personaggi che sgorgano dalla memoria della sua infanzia, faticando a volte a trovare il giusto equilibrio tra il ricordo personale, emotivo, idealizzato, e la sua indole da legislatore, poiché Satta, in vita, viene riconosciuto innanzitutto come giurista e solo nel 1979, in seguito alla pubblicazione postuma a cura dei familiari per la casa editrice Adelphi, come romanziere.  A quel punto la fama valica i confini italiani e l'opera verrà tradotta in 19 lingue.

Di cosa parla, dunque, "Il giorno del giudizio"?
Iniziamo da una lunga citazione che giustifica il titolo:

"Se invece di quell'immenso quadrante che il vescovo Dettori aveva fatto issare sul campanile verso la fine del secolo ci fosse stato un grande specchio, i nuoresi avrebbero forse misurato meglio il tempo nella devastazione dei loro corpi: perché non c'è  dubbio che ognuno dei personaggi di questa storia invecchiava. Ma può darsi che la vita di un paese si svolga in una unità di tempo e di luogo, come le antiche tragedie, e la successione degli eventi abbia la misteriosa fissità del cimitero. Vista da Dio, nel giorno del giudizio, credo che la vita appaia veramente così."

L'inesorabilità del tempo e il suo costante sospingere le persone lungo la china della morte sono il basso continuo di tutta l'opera. La concezione della morte nella Nuoro ricordata dallo scrittore è strettamente legata alla descrizione di una vita affossata dalla povertà e dal paternalistico potere dei pochi notabili, potere a cui nessuno riesce a ribellarsi, nemmeno quando le carte in tavola sembrano essere particolarmente buone. 
Dominazione che incombe anche e soprattutto su uno dei personaggi più tragici, donna Vincenza, la moglie del protagonista, Don Sebastiano Sanna Carboni.



Nel libro seguiamo il progressivo decadimento della sua persona, fisicamente e moralmente, accanto a un uomo che rimane fino all'ultimo convinto di non averle fatto mancare mai nulla.

"Egli non si rendeva conto che per tutti giunge il momento in cui si sta al mondo perché c'è posto, e quel momento ora era giunto anche per lui."

Proprio questa è il graffiante motto che Don Sebastiano le rivolge: "Tu sei al mondo soltanto perché c'è posto". Eppure in questo mondo aveva generato dei figli maschi, l'unica femmina morta precocemente, e aveva governato la casa e badato all'ordine delle cose che una proprietà e il ruolo di notaio del marito richiedevano. Ma era stata sempre risospinta indietro, nell'ombra, su un seggiolone che abbandonava solo per andare al capezzale dei malati.

"Era tornata quella giovinetta che Don Sebastiano aveva condotto in sposa, e non poteva varcare la porta di casa perché non c'era una mano che l'aiutasse."

Questa la lapidaria e tragica descrizione di Donna Vincenza.
Attorno a lei ruotano altre donne mirabili nella cadenzata esattezza e negli improvvisi stravolgimenti. In loro possiamo riconoscere dei caratteri che si fanno iconici per la precisione con cui è descritta la vita interiore. 

"Aveva amato il creatore come una creatura, e adesso la sua creatura si rivelava un fantasma, o peggio una realtà crudele."

Sullo sfondo una terra aspra, resa più arida dalla carestia e dalla guerra che si porta lontano gli uomini.
Una terra che ancora oggi viene guardata con un certo atavico e superstizioso timore.

"Egli, come ogni nuorese, era abituato all'odio e alla morte. Non c'era mese che da Orgosolo non arrivasse la notizia di qualche carneficina, e al destino non sfuggivano neppure quegli orgosolesi che si rifugiavano a Nuoro."

E' propriamente in questi squarci sociali che emerge maggiormente l'indole del giurista sullo scrittore  e possiamo notare l'unico limite, autoimposto forse, a quell'ampiezza di giudizio che invece costituisce la salda struttura del libro che gli è stato, non del tutto impropriamente, accostato "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un limite che tuttavia non impedisce di apprezzare le qualità descrittive di Salvatore Satta, né la sua capacità di incidere in alcune frasi potenti la fragilità dell'esistere umano.

"Se non si muore, si vive. E questa verità, che sembra ovvia, è invece gravida di conseguenze, perché la vita trasforma tutto, non c'è nulla che resista alla sua implacabile volontà."

 




IL GIORNO DEL GIUDIZIO -Salvatore Satta.

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